scritti critici

Difficile dev’essere, essere sposati con un artista; soprattutto con uno che vede, che vede in testa masse e linee, forme e matrici. Punto di vista trasversale ed alternativo: non Simone ma Cristina. Cristina che sostiene come base la statua danzante eppure pesante delle fantasie e dell’immaginazione, che incornicia di saggezza i mille colori di notti bianche, nella distanza inevitabile di una vicinanza potente. Ode a te, moglie dell’artista, più essenziale di ogni materiale, più utile di ogni strumento (e più affilata).

Ode a te, che ami come un promemoria, che nutri e che combatti.

Senza le tue armi, cosa sarebbe di tutta questa Spacelandia?

Fabrizio Bellini
18/05/2016


Spacelandia – Particelle da una terza dimensione

Mostra personale di Simone Di Stefano

Perugia, 23 Giugno – 3 Luglio 2016

Domanda legittima di un pittore:

L’architetto è un archeologo allo specchio?

Appunti in margine alle macerie

(di David Laurenzi)

“In effetti, l’immagine che ci siamo fatta di tutte le civiltà anteriori alla nostra è diventata più serena da quando… abbiamo preso l’abitudine di guardare invece di leggere. Le arti figurative non si lamentano.”

Johan Huizinga, L’autunno del Medio Evo; in: Guy Debord, Panegirico – Tomo II

Tensione / contrapposizione tra:

l’anti-umanesimo folle e liberatorio di Carmelo Bene, favorevole alla distruzione creativa del passato (“rovinare le rovine”, con Jarry; demolire a Roma il Colosseo, enorme molare cariato, invece di adorarlo supinamente, quale tributo al cronos e alla storia trionfante), e l’ipertrofico, “super-umanesimo” gonfio di steroidi di Hitler e del suo fedele architetto Abert Speer (1905 – 1981), dedito a progettare e costruire, a erigere singoli edifici, complessi monumentali, intere città (Berlino) quali monoliti glorificanti il Fuhrer e il Reich… Giganti di pietra, marmo, cemento e metallo in grado di sfidare i millenni e imporsi alla storia, anche come rovine (dopo 10.000 anni anche il Reich, ammetteva lo stesso Hitler, potrebbe dissolversi), come vestigia indimenticabili di grandezza, che i posteri dovranno comunque ammirare (Hitler pretendeva da Speer che nel costruire i suoi edifici pensasse anche alle – splendide! – rovine che avrebbero lasciato dietro di sé. L’architetto si doveva dunque fare archeologo della sua stessa epoca)…

Senza dimenticare l’architettura del regime fascista e in particolare quella dell’Eur, quartiere voluto da Mussolini e i suoi fidi architetti (negli anni ’30) come confronto/celebrazione/omaggio rivolto all’architettura romana, a quella imperiale in particolare (augustea)… Interessante il fatto che – causa guerra e caduta del regime – l’Eur è rimasto incompiuto, sin da subito rovina “metafisica” di se stesso.

Il lato oscuro e ibrido dell’architettura: arte, tecnica, strumento di potere e controllo sociale: Hausmann (1809 – 1891) e il suo piano urbanistico teso a ridisegnare Parigi (più bella e salubre, certo, ma anche più facile da controllare e presidiare da parte dei governanti di turno, impauriti da una città fin troppo pronta a insorgere e fare barricate, come la Comune del 1871 sta a testimoniare)… Le riflessioni al riguardo di Debord e la sua pratica demistificatrice dell’ordine architettonico (la deriva, il detournement del flaneur; vedi i suoi riferimenti all’urbanistica e al destino di Parigi, ne “La società dello spettacolo”, “In girum imus nocte et consumimur igni” e “Panegirico”).

Frank Lloyd Wright (1867 – 1959) , un’altra architettura è possibile… Un nuovo rapporto con l’ambiente naturale, con l’idea stessa di città e tessuto urbano, con gli uomini che in essa devono vivere (ma devono davvero poi viverci, così come sono?). Un uso laico e lirico (non monumentale e retorico) degli edifici.

Pittura – architettura (nel mezzo il disegno dei progetti, le mappe, le vedute urbane, ecc.): Il lavoro di ricerca/deriva di Simone Di Stefano oscilla tra la vicinanza affascinata e la distanza critica. Del resto, per Freud l’archeologo è la perfetta metafora dello psicoanalista, dell’esploratore dell’inconscio… alle prese con lo scavo delle superfici e il rinvenimento di passati dalla complessa stratigrafia (Spacelandia come distesa ipnotica e misteriosa di rovine lasciate da antiche civiltà, dalle loro architetture; come dimensione altra, da cui affiora, misterioso, il presente che si fa pittura).

Infine, a mo’ di “appropriata” epigrafe…

Da distruggere

Tutta l’arte

Che non sa distruggere

Se stessa


Spacelandia – Particelle da una terza dimensione

Mostra personale di Simone Di Stefano

Perugia, 23 Giugno – 3 Luglio 2016

Verso Spacelandia: senza incertezze

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.”

Sandro Penna

I.

Un pittore,

un pittore vero, è sempre

una scatola di imprevisti.

Cammino, clochard di me medesimo,

e, ogni tanto, nelle vetrine, dentro punte,

di pastoso colore, vedo riflessa

la mia ombra. Tradurre il mondo.

C’è un vento maledetto. Scorticato vivo,

in vena di biografismo, inspiro trementina

e colla. Ricordo bene quella pennellata,

senza vergogna: oggetti d’amore,

citazioni di crepe, di ruggini

che spingono sogni e bisogni,

attraverso un’erranza, mai,

mai consolatoria. Perché ignorarlo?

II.

Non parlo della pittura di Simone Di Stefano,

anzi, sì; perché è lui che si getta

sulle spalle il fondo delle macchie,

è lui che morde la sabbia ardente,

è lui che è l’eco della pietra del lamento.

Io mi faccio graffiare l’occhio,

accarezzare il sangue, dentro morti palazzi.

E non ho parole capaci a dire:

la lontananza, il disamore, il tradimento,

le macerie, la morte. Lui col suo

libro di immagini variopinte,

senza domande,

sciabola i confini urticanti del mondo.

Stringiamoci l’un l’altro,

confondiamoci col blu.

III.

I pittori, spesso, sono testimoni irriducibili;

programmano viaggi, vere decalcomanie fra le dita

del tempo. Alle radici del vecchio salice,

entrerò nella cruna dell’ago, nell’oscuro alfabeto.

Andremo da soli, a debita distanza,

verso Utopia, osservando ciò che sparisce

dietro i colori e ciò che riappare oltre

la lingua indefinita dell’amore.

Amico mio, le impronte della polvere

sbiadiscono il sonno e i colori mi dissanguano.

Cedo alla vita supplicante e vado

a cercare sudori sfaldati come nubi.

Amiamo, un po’ meglio, e scaliamo

quelle guglie che graffiano e

stridono come gesso frantumato.

Antonio Veneziani

(Maggio 2016)


Fare Anima e Simone Di Stefano

di Pat Iorio

“Siamo tenuti in vita da poteri che fingiamo di capire”

Wystan Hugh Auden

«Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci

vorrebbero far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono

indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola.»

(Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta – 1903)

«Io sono semplicemente convinto che qualche parte del Seo

dellAnima delluomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e

del tempo.» (C.G.Jung)

Secondo James Hillman Fare anima è prendere gli oggetti, le persone, gli eventi e riportarli alla loro natura di ombre, di immagini, cioè alla loro natura psichica e animica, liberarli dal giogo del tempo, risvegliarli dall’ipnotismo dell’Io.
Fare anima significa sviluppare la capacità di “vedere” che persone cose, luoghi ed eventi che quotidianamente percepiamo sono un sogno all’interno di un sogno e non hanno alcuna sostanza reale, sono ombre, miraggi; come l’immagine della luna riflessa nell’acqua, sono visioni vivide e lucide, ma prive di sostanza. Il senso dell’oggettività delle cose e del materialismo sono inganni che, al momento del risveglio dal sogno, svaniscono come fumo nel vento.
Fare anima significa prendere ogni persona, oggetto, evento con cui veniamo a contatto e riportarlo alla sua reale natura di immagine ricordando a noi stessi che stiamo sognando e che ciò che percepiamo è una immagine prodotta dal nostro stesso sogno.
Fare anima significa, dunque, prendere la realtà pezzo per pezzo e ricondurla all’anima, ai regni di Ade, alla dimora delle ombre, alle profondità dell’eterno femmineo, ai reami dell’Io istintuale. Fare anima vuole dire altresì saper evocare le ombre che abitano oltre la Grande Soglia e portarle in una zona ove ci sia possibile comunicare con esse: gli avi, gli archetipi, le immagini che popolano le profondità della nostra psiche, le ombre invisibili che determinano il nostro pensare e il nostro agire.

Io, seduta, sbilenca, con la mia macchina fotografica, imperfetta, imprecisa…la chiave per guardare le tue immagini è nella transizione dall’una all’altra mentre riporti le figure alla luce, mentre ne riconosci la presenza riformuli il modo in cui io vedo la mia Ombra e vedo me.

Tu ti muovi ed mi libero.

Tu ti muovi ed evochi l’Ombra.

Tu strappi la carta ed io ritrovo il mio linguaggio .

Tu strappi la carta e io ritrovo la mia cosmologia. Tu mi guardi da dietro gli occhiali ed io ridivento poeta della mia psiche.
Assistere alla tua performance das wikt fa effetto… mi permette di ritrovare il mio mito, la mia vera energia psichica espressa nelle forme.

Mi ricordi che il mio compito qui non è stare meglio ma essere intera.

Che compito è pure resuscitare l’anima tutti i giorni. Parli con l’ombra con la tua con la mia lo sento e scatto e scatto…

Scatto il tuo farti Luce restando un po’ Ombra, di farti Ombra restando un po’ Luce.
Evochi la percezione di vivere anche in altre realtà, in altri mondi.

Evochi il mio percepire l’essenza energetica delle cose.
Evochi il mio percepire che la forma cui ho adattato le mie percezioni non sia la sola cosa che esista.


Di Stefano visto da Domenico Carpagnano

Definire l’artista Simone Di Stefano è complicato perché sarebbe come voler iniettare una sostanza gassosa in un oggetto solido e sperare che ne possa prendere per sempre la forma. L’unico risultato sarebbe quello di vederlo, moderno Ulisse, proiettarsi nello spazio, come gli oggetti solidi di molti dei suoi quadri più recenti, alla ricerca di nuovi luoghi di conoscenza.

Non è un caso che le sue ultime mostre contengano il riferimento a “Spacelandia“, alla “Deriva solida tra le dimensioni” e alle “Particelle da una terza dimensione”.

Il “solido” Di Stefano va alla “deriva” non perché trascinato dai venti o dalle correnti (e cioè da elementi della natura cui è difficile opporsi), ma dalla sua inesauribile curiosità, che lo porta ad approfondire le misteriose connessioni che esistono fra le varie forme d’arte e a sperimentare performances a più voci, in cui riesce nell’impresa, non facile, di far incontrare la pittura con la poesia, la musica e la danza, trasformandole in un unicum assolutamente armonico.

La geometria – che, con le sue figure solide, dà profondità ai suoi lavori – quando incontra il colore e la materia, quasi scompare, per cedere il passo ad uno stato emozionale, che porta a confondere il tempo e lo spazio.

Le immagini tridimensionali – che sembrano navigare come navicelle spaziali – in realtà sono legate al filo dell’artista che le sospinge, come aquiloni, verso la loro esatta “dimensione“. Come singoli fotogrammi di un film di fantascienza, ruotano leggere nell’aria, in assenza di gravità, alla ricerca di una loro collocazione spazio-temporale e, quando la trovano, si riposano finalmente dalle fatiche del lungo viaggio sugli improbabili piani della loro nuova “dimensione“, accompagnate dalle schegge sonore di “2001: Odissea nello spazio“.

Performer, videomaker, pittore, scultore, formatore e tante altre cose ancora, Di Stefano è impegnato da anni nella ricerca artistica. Originario di Orte, si è laureato nel 2007 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e trasferitosi a Perugia nel 2008, ha iniziato il suo ormai lungo percorso artistico.


A domanda rispondo…

Ho 37 anni ma, ho la sensazione di averne molti di più.

Sono cresciuto in un piccolo paese di provincia ed ho sempre cercato il dettaglio intorno a me.

I materiali “dell’arte” mi affascinano come mi attraggono le tecniche e le sapienze dei maestri di ieri e di oggi.

Credo di aver sempre fatto “l’artista” ma , se proprio devo trovare una data di inizio, un’epifania, a diciannove anni di età, mentre mi trovavo al pronto soccorso dopo un incidente automobilistico, ho avuto una visione, una visualizzazione. Ho immaginato una grande pittura, un’enorme pittura che ancora non ho dipinto e trattengo gelosamente nella mia memoria con l’idea che un giorno forse la dipingerò. In quell’occasione, durante i minuti passati sdraiato al buio nella sala per radiografie, quell’immagine generava in me una gioia indescrivibile un emozione che vorrei chiamare Eureka! e che fortunatamente continuo a percepire spesso quando vengo attraversato da un’idea.

La mia prima personale (2001) aveva il titolo “Dare vita ai sogni” e devo dire che quel titolo è ancora il motivo per cui ogni giorno continuo a cercare il dettaglio…

Se penso a quali sono i miei valori, cos’è importante per me, devo inevitabilmente scrivere una serie di parole chiave frutto di riflessioni sul significato di fare arte:

Condivisione (gruppi di lavoro)

Ricerca (intenzione)

Sintesi (poetica)

Innovazione (tecnica)

Tornare (indietro, al punto di partenza)

Segno (gesto)

Accento (contrasto)

Colore/i (devono parlare)

Progettazione (auto-committenza)

Attesa (come una musica)

In conclusione Arte x Arte